Another Happy Day, legami di famiglia.

Mi ero preparato alla solita commedia dolceamara sui rapporti familiari, mi sono ritrovato di fronte a un film molto più duro e sincero di quanto mi aspettassi. L’esordio alla regia di Sam Levinson, premiato al Sundance per la sceneggiatura, è un film tutt’altro che semplice, che va affrontato tentnado di dipanandone i vari livelli di lettura. Quando sembra che la storia stia per svoltare verso i toni leggeri della commedia ad equivoci, ecco che arrivano pugni allo stomaco che ribaltano completamente il punto di vista. Alcuni meccanismi narrativi sono banali, molti momenti sembrano tirati via, ma nel complesso il film fa respirare allo spettatore un’atmosfera drammatica che appare abbastanza centrata.

Tra Robert Altman e Festen, un film indipendente che meriterebbe un’occhiata tutt’altro che superficiale. Non perfetto ma vigoroso nel definire caratteri e situazioni, e capace di far recitare al meglio anche attrici non propriamente talentuose come ad esempio secondo me sono Ellen Barkin e Demi Moore.

Nel cast, molto lussuoso, figurano anche la mitica Ellen Burstyn, il “grande vecchio” George Kennedy, Thomas Haden Church, Kate Bosworth e quell’Ezra Miller di cui vi avevo parlato qualche tempo fa, e che con questa prova – dopo quella maiuscola di We Need To Talk About Kevin – si conferma un talento tagliente e “maledetto”.

About Gary Oldman

Sono appena tornato dal Museum of the Moving Image, dove Tomas Alfredson ha presentato il suo nuovo Tinker Tailor Soldier Spy (da noi uscirà con il titolo La talpa: di stordente richiamo, vero?). L’intervista al regista la leggerete nei prissimi giorni su Film.it, però questa dichiarazione a proposito del protagonista Gary Oldman l’ho voluta tenere per il mio blog. Ad Alfredson ho chiesto come si era trovato a girare con l’attore e che carattere avesse sul set. Mi ha risposto raccontandomi questa storiella:

> Per raccontare meglio la vita privata del suo personaggio George Smiley dopo che si è ritirato dal servizio avevo deciso di mettere in scena alcuni momenti del tutto comuni. Così ho chiesto a Gary di girare un intero piano sequenza in silenzio, mentre George di prepara la colazione in una mattina qualunque. La scena poi non è stata adoperata nel montaggio finale. Comunque sia  giriamo questa sequenza lunghissima in cui Gary rompe le uova, le mette a cuocere nella padella, guarda gli uccellini fuori dalla finestra, gira le uova, si versa un bicchiere di latte, mette le uova su un piatto, si siede a tavola, mangia le uova, beve il latte, legge il giornale, finisce la colazione, lava i piatti ed esce dalla cucina. Appena terminata Gary si avvicina a me e chiede di poter rivedere il girato. Così ci sediamo insieme al monitor e riguardiamo l’intero pianosequenza in silenzio. Alla fine si gira dopo di me, mi guarda per svariati secondi senza proferire una parola, poi mi dice: “Una volta ho interpretato Sid Vicious…”

 

BEGINNERS e TREE OF LIFE trionfano ai Gotham Awards

La stagione dei premi si è ufficialmente aperta qui a New York con i Gotham Independent Film Awards. I due lungometraggi favoriti, The Descendants e Martha Marcy May Marlene – entrambi con 3 candidature – sono rimasti entrambi a bocca asciutta, devo ammettere con mio sommo disappunto. Tale delusione è stata però alleviata dal trionfo di Beginners di Mike Mills, che si è portato a casa il premio come miglior film, ex-aequo con Tree of Life di Terrence Malick, e quello per il miglior cast collettivo. A scopo puramente polemico vorrei ricordare che questo film, uno dei più commoventi del 2011, in Italia non ha trovato distribuzione nelle sale cinematografiche, ma solamente nel canale ancillare dell’Home Video. Quando ci si accorgerà che sarà uno dei protagonisti della stagione dei premi, come i Gotham Awards hanno cominciato a dimostrare, non ci si pentirà di tale scelta? Mah…

Miglior Breakthrough Performance è risultata la Felicity Jones di Like Crazy, che ha sbaragliato l’Elizabeth Olsen di Martha Marcy May Marlene e la Shailene Woodley di The Descendants. Decisione a mio avviso totalmente errata. Comunque queste tre giovani attrici – 80 anni in tre – saranno protagoniste nei prossimi mesi, io le vedo tutte papabili per una nomination all’Oscar.

Miglio per la regia a Dee Rees, autrice di Pariah. Il film non l’ho visto, ma per aver battuto Sean Durkin di Martha Marcy May Marlene deve aver fatto un gran lavoro. Era candidato anche Evan Glodell per Bellflower, una delle sorprese dell’anno secondo me.

Infine Tribute Awards a David Cronenberg, Charlize Theron, Gary Oldman e Tom Rothman della Fox Searchlight.

 

 

 

Insomma, questo Gotham Awards mi hanno abbastanza scontentato. Spero che i prossimi premi rendano il giusto perito ai film oggi sconfitti. A parte Beginners, il resto dei riconoscimenti proprio non mi ha convinto.

 

Best Setting #2 – L’APPARTAMENTO

Questa elegante via che vedete a sinistra è la 69th West, poco sopra il Lincoln Center. Questo e il blocco successivo, che finisce direttamente su Central Park, sono stati scelti da Billy Wilder come setting per l’abitazione di C.C. Baxter, il personaggio protagonista de L’appartamento (The Apartment, 1960).

 

 

 

 

Questo è lo screenshot dei titoli di testa del film, dove di possono vedere la stanza con la luce accesa, l’abitazione di C.C.Baxter/Jack Lemmon appunto.

 

 

Come potete vedere hanno piantato degli alberi su entrambi i lati della 69th, ma le finestre sono rimaste esattamente le stesse.

 

 

 

Questo invece è un dettaglio della finestra preso nei primi minuti del film, quando Baxter torna a casa nell’orario concordato ma vi trova ancora gli “inquilini” a cui l’ha lasciata.

 

 

Questo è più o meno lo stesso taglio dell’inquadratura alla stessa finestra.

 

 

 

 

 

 

Una cosa che può risultare interessante è che l’entrata del palazzo di C.C. Baxter e la finestra sono due edifici differenti, entrambi nella 69th ma situati esattamente uno di fronte all’altro. Nel film si può leggere abbastanza chiaramente che il numero civico è il 51, ma nella via è un seminterrato, non il portone con le scale che si vede nel film è che è appunto quello della foto qui sotto.

Questa è l’immagine di come risulta oggi quella che era l’entrata del palazzo in cui viveva Baxter. Si tratta del civico 48

 

 

 

E chiudiamo infine col mitico Majestic Theatre a Broadway, esattamente sulla 44th West. E’ qui che Baxter da il primo appuntamento a Miss Kubelik/Shirley MacLaine, che però come potete vedere dallo screenshot lo lascia a mani vuote e corre ancora una volta dall’amante Mr. Sheldrake/Fred McMurray.

Ecco come si presenta oggi il Majestic, in cui continuano a replicare The Phantom of the Opera praticamente da una vita (ero stato già a fotografarlo nell’agosto del 2010, e già c’era…).

 

 

Questi i due setting newyorkesi de L’appartamento, che nel 1960 regalò a Wilder ben tre premi Oscar: per il film, la regia e la sceneggiatura originale, scritta insieme al fido I.A.L. Diamond. Tutti gli interni, compresi gli uffici della compgnia in cui lavorano i personaggi e l’appartamento in cui si svolge la maggior parte del film, sono stati interamente costruiti dallo scenografo Alexander Trauner negli studi della MGM a Hollywood.

L’appartamento è un capolavoro assoluto, senza tempo, di gran lunga il mio preferito del cineasta. Poter ritrovare i luoghi in cui nel 1959 Wilder, Lemmon e la McLaine realizzarono questo film è un qualcosa che queste foto da sole non bastano a descrivere.

Vi lascio col trailer del film: io rimango zitto e do le carte…

 

OSCAR BUZZ #1 – Miglior attore protagonista

Quest’anno la cinquina di candidati all’Oscar per il miglior attore potrebbe essere davvero un all-star, sia già affermate che emergenti. Un trio che sembra praticamente annunciato è quello composto da George Clooney per The Descendants, da Brad Pitt per Moneyball e da Leonardo DiCaprio per J. Edgar. Avendo già visto questi film, posso dirvi che si tratta di tre prove maiuscole: quella che preferisco è forse la caratterizzazione mimica di DiCaprio, ma devo ammettere che anche Brad ha fornito forse la miglior prova della sua carriera in un ruolo silenzioso ma molto molto sfaccettato. Per Leo e George sarebbe la quarta nomination (e Clooney un Oscar se lo è già portato a casa, come non protagonista per Syriana), per Pitt la terza.

Le altre due candidature potrebbero essere riservate alle neostar più acclamate del 2011, Ryan Gosling e Michael Fassbender: il primo ha due film molto apprezzati dalla critica, Drive e The Ides of March, e il suo ruolo nel film diretto da Clooney è uno di quelli che proprio la “chiamano” la nomination all’Oscar. Il vigoroso Michael invece potrebbe entrare in lizza con lo “scandaloso” Shame, per cui ha già vinto la Coppa Volpi a Venezia. Questa è forse la meno certa delle possibili nomination, per il semplice motivo che il film di Steve McQueen non sarà di certo lanciato a tappeto nel mercato americano a causa dei contenuti sessualmente piuttosto forti.

Tra gli altri nomi che si fanno per una possibile nomination compare spesso quello di Gary Oldman per Tinker Tailor Soldier Spy: il film non l’ho ancora visto, i miei colleghi da Venezia me ne parlarono benissimo, e personalmente ne sarei entusiasta come suggello a una carriera ammirevole per un grande professionista. Più difficile la nomination per il Tom Hardy del sottovalutato Warrior: il film in America è stato un insuccesso commerciale, e poi a mio avviso il suo partner Joel Edgerton è molto più efficace. Tra gli outsider più outsider io citerei anche Michael Shannon, bravissimo in Take Shelter e Woody Harrelson, più manierato ma sicuramente efficace in Rampart. Vista la forza commerciale e la visibilità dei nomi in lizza, difficile che alla fine venga fuori qualche altra sorpresa: il protagonista di The Artist? Dipende da come verrà lanciato il film in America, sembra che ci stiano comunque puntando parecchio. E qualche prova di attori comici? Mah, quest’anno la vedo più dura del solito…

E le mie interpretazioni preferite? La grande maggioranza sono contenute tra quelle sopra elencate: una peformance in particolare però mi piacerebbe vedere segnalata, quella di un grande come Martin Sheen in un film piccolo ma sincero come The Way, diretto da suo figlio Emilio Estevez. Ecco quale dovrebbe essere la mia cinquina di quest’anno:

 

George Clooney per The Descendants

Leonardo DiCaprio per J. Edgar

Joel Edgerton per Warrior

Brad Pitt per Moneyball

Martin Sheen per The Way.

Ancora non ho visto alcuni film per cui potrebbero entrare in lizza altri nomi, quindi vi aggiornerò.

Ecco il mio film del Ringraziamento!

Prima di tutto buon Thanksgiving Day a tutti voi, fedeli compagni d’avventura cinefila. Da quel che mi hanno detto amici italiani e newyorkesi autoctoni, qui oggi si bloccherà tutto, il Ringraziamento è davvero l’unico giorno dell’anno in cui l’America si ferma sul serio. Finisco questo post, mi preparo un bel caffè bollente e me ne vado a vedere la parata a Columbus Circle, sperando di tirar via qualche bella foto. Al freddo, ovviamente…

E io ho pensato bene di fare un post sui film più rappresentativi di questa festività: ho ricordato i vari capolavori di Woody Allen, il buonismo delle commedie morali di Frank Capra, lo zucchero sempre gradito di altro cinema classico. E poi mi sono ricordato di un piccolo grande gioiello di John Hughes, Un biglietto in due (Planes, Trains & automobiles, 1987). La storia è quella di Neal Page, uomo d’affari che nel tentativo di tornare a casa dalla famiglia per il Thanksgiving si ritrova a passare tre giorni d’inferno con il commesso viaggiatore Del Griffith, caotico ma irresistibile guastafeste. Protagonisti impagabili il genio di Steve Martin e quello mai abbastanza compianto di John Candy.

Alla fine, questo è il film che meglio di tanti altri racconta l’isteria, il cinismo ma anche i valori più importanti legati alla festa del Ringraziamento.

This blog endorses Damian Lewis

Una delle nuove serie TV che sto seguendo questa stagione è l’interessante e discontinua Homeland, storia del soldato Nicholas Brody, tenuto prigioniero in Iraq per 8 anni e dato per morto. Quando torna in patria da eroe viene però preso di mira dall’agente Carrie Mathison, convinta che in realtà a Brody sia stato fatto il lavaggio del cervello e si tratti di una cellula terroristica pronta ad esplodere.

Il motivo principale per cui mi sono interessato a Homeland è Damian Lewis, uno degli attori che ritenevo più interessanti negli scorsi anni ma che ha avuto una carriera fino ad ora piuttosto deludente, nonostante a mio avviso sia dotato di notevole talento. Chi ricorda una miniserie incredibile come Band of Brothers amerà Lewis per il personaggio del Tenente Winters, ruolo che gli regalò la candidatura ai Golden Globes. La grazia, la delicatezza e il sentimento soffuso con cui Damian interpretò quella parte all’epoca mi fecero gridare al miracolo: ero convinto che quest’attore sarebbe diventato uno dei grandissimi del panorama cinematografico e televisivo internazionale. Poi però al cinema non ha mai sfondato, impantanato in film dimenticabili come L’acchiappasogni (2003) di Lawrence Kasdan o peggio ancora Il vento del perdono (2005) di Lasse Hallstrom.

Quando è tornato in TV, evidentemente deluso dalle epserienze per il grande schermo, Lewis non ha ritrovato purtroppo il feeling col publbico instaurato con Band of Brothers: la serie Life ha avuto una discreta prima stagione, ma dopo gli ascolti deprimenti e una seconda piuttosto brutta ha chiuso i battenti. Ecolo quindi tornare adesso con Homeland, dove ha un ruolo a mio avviso molto complesso che sta riempiendo con una prova trattenuta ma a tratti vibrante. Io mi auguro che questa serie possa innalzare nuovamente le quotazioni di Damian Lewis, attore che merita a mio avviso ben altra attenzione e livello di produzioni rispetto a quello che ha ottenuto fino ad oggi.

Best Setting #1 – Il “mistero” della panchina di MANHATTAN

Dai, Woody Allen e Diane Keaton seduti su quella panchina con il Queensboro Bridge come sfondo sono forse l’immagine più affascinante e osannata del cinema ambientato a New York. Il poster di Manhattan (id., 1979) è diventato leggenda. Quindi non potevamo non cominciare proprio da quella panchina, non credete?

Ebbene, per trovarla – e forse non ci sono ancora riuscito – c’ho messo un anno e mezzo. La scorsa estate, quando sono venuto a New York per la prima volta in vacanza, io e il mio amico Luca Persiani ci siamo girati avanti e indietro il Brooklyn Bridge convinti erroneamente che fosse quello il ponte raffigurato nella locandina, e dopo svariate ricerche siamo risaliti al Queensboro. E’ scattata poi la ricerca della celeberrima panchina, che credevamo di essere riusciti a trovare sulla East 56th, in un piccolo parco situato tra due elegantissimi palazzi che davano sull’east River.

Ieri ci sono tornato con la mia amica fotografa Kimberley Ross, che mi ha fatto notare come rispetto all’inquadratura del film di Woody Allen la panchina fosse troppo spostata a destra del ponte, troppo distante. Abbiamo allora abbandonato il piccolo (e delizioso) parchetto per cercare più attaccati al Queensboro, dove abbiamo trovato un altro spiazzo minuto, praticamente una strada senza uscita, che però dava la prospettiva migliore:

La foto è venuta piuttosto scura, c’era pochissima luce, ma si capisce che la prospettiva è decisamente più simile all’inquadratura. C’è pure il palo. Unico inconveniente: manca la panchina. Se però guardate attentamente lo still di Manhattan vedrete che proprio dietro il palo la ringhiera si china verso il basso: si tratta di un piccolisismo stradello che porta a un altrettanto minuscolo balconcino, dove è situata un’altra panchina:

Che sia proprio questa? Difficile dirlo, a 32 anni di distanza dal film chissà quante cose sono cambiate in riva all’East River. Sicuramente la posizione non è quella giusta, la panchina si trovava accanto al palo della foto sopra a quest’ultima. Comunque sia, andare alla ricerca di quel luogo mitico per la storia del cinema contemporaneo e riuscire (quasi) a trovarlo è stato decisamente affascinante. Se vi capita di trovarvi nell’East Side percorrete la 60th finché non vi porterà al fiume, attraversato dal Queensboro Bridge. Tenetevi alla sua destra e troverete questi posti. Posso assicurarvi che per gli amanti del cinema di Woody Allen è una passeggiata assolutamente ben spesa…

Mad As Hell – La biografia di Paddy Chayefsky.

Il libro di Shaun Considine racconta la vita e l’opera di uno dei più grandi sceneggiatori mai vissuti, personalmente uno dei miei idoli. Eppure non molti conoscono l’opera di Paddy Chayefsky (1923-1981), personalità difficile e controversa come poche ce ne sono state dagli anni ’50 a oggi. All’inizio di quel decennio Chayefsky e pochi altri autori hanno rivoluzionato la TV americana portando una nuova ventata di verità nelle teleplay di quel periodo: Marty ne ha decretato il successo come autore, e quando è diventato un film nel 1955 gli ha regalato il suo primo Oscar (Chayefsky è l’unico scrittore nella storia del cinema ad aver vinto 3 Academy Award come unico autore dello script).

Da quel momento l’opera di Sidney Aaron “Paddy” Chayefsky è diventata un susseguirsi di insuccessi, di polemiche, di frustrazione sia al cinema che a teatro o in TV, alternati però a perle di scrittura che non hanno eguali: The Goddess (La divina, 1958) è un film dalla progressione drammatica incredibile, alcuni testi scritti appositamente per il palcoscenico posseggono una forza dirompente.

Ad inizio anni ’70 la definitiva rinascita, prima con un capolavoro “nascosto” come The Hospital (Anche i dottori ce l’hanno, 1971) e poi con un film immortale, Network (Quinto potere, 1976) di Sidney Lumet. Alla fine di questo decennio però la delusione più devastante, un progetto personalissimo come Altered States (Stati di allucinazione, 1980) prima affidato inutilmente a Arthur Penn e poi devastato da Ken Russell. Un crollo psicologico e fisico a cui è seguita al malattia che ha portato Paddy Chayefsky a spegnersi in un letto d’ospedale nell’agosto del 1981.

La biografia di Considine non è tenera nei confronti di una personalità dispotica, ossessiva per il suo lavoro e molto spesso affetta da grosse crisi depressive. Un uomo che ha sacrificato affetti famigliari e vita privata per eccellere e portare avanti il suo discorso personale, la sua visione del mondo molto spesso cupissima e grottescamente desolata. Se vi interessa scoprire chi era e cosa pensava il genio di Paddy Chayefsky, vi consiglio caldamente di trovare Mad As Hell.

Questo è uno dei momenti più deliranti e magnifici di Quinto potere:

Pacino e Sandler, gara a chi si butta più via…

Ieri pomeriggio, visto che per la sera avevo già organizzato di andare a vedere Immortals 3D (senza infamia né lode), ho approfittato del pomeriggio piovoso per evitare di fare qualsiasi cosa di pratico o utile e mi sono concesso l’antipasto Jack and Jill, perché nonostante tutto a me Adam Sandler continua a stare simpatico e i dollari per vedere i suoi film glieli do ancora.

Di Sandler parleremo poi, partiamo invece da Al Pacino, che nel film interpreta se stesso con il preciso intento – dell’attore e del film – di parodiare il suo mito e quello del suo leggendario istrionismo. Quando di solito un grande interprete si presta a scherzare sulla sua fama di solito se ne applaude l’ironia e la voglia di mettersi in gioco. Io però ieri non ho trovato veramente nulla che valesse la pena applaudire, anzi. Pacino fornisce una prova sgraziata e grossolana, e più che autoironico in alcuni momenti rischia seriamente di scivolare nel ridicolo. Adesso per carità, non bisogna per forza rimanere ancorati alle grandi performances del passato e ognuno ha il diritto di gestire la propria carriera come meglio crede, però vi assicuro che è molto difficile pensare che l’attore visto ieri sia lo stesso della saga de Il padrino, lo stesso di Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani, che quell’attore sia stato Carlito Brigante. Piuttosto che continuare a comparire non è meglio fermarsi un momento a pensare e scegliere magari meno ruoli ma con più sostanza? Per Al Pacino come per altr due icone come Robert De Niro e Dustin Hoffman c’è davvero bisogno di continuare a fare cinema anche quando il livello è così basso? Però su Hoffman una speranza ancora ce l’ho, perché è protagonista della prossima serie TV Luck da cui mi aspetto moltissimo. Ne parleremo.

E adesso passiamo ad Adam Sandler, attore comico che a mio avviso avrebbe tutte le carte in regola per essere molto migliore e molto più incisivo del cinema che sta facendo negli ultimi anni. Quando si è impegnato in produzioni più corpose – il gioiello Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson, il robusto Spanglish di James L. Brooks, il dolente Reign Over Me di Mike Binder, il malinconico Funny People di Judd Apatow – ha dimostrato di saper lavorare su timbri più seri e convincenti di quanto il pubblico sembra volergli concedere. Infatti i suoi tentativi più seri sono stati tutti insuccessi al botteghino, e Sandler sembra ormai definitivamente orientato su commedie commerciali che ottengono il favore del publbico ma stanno film dopo film scadendo di qualità e di profondità. Se alcuni “blockbuster interni” come L’altra sporca ultima meta, 50 volte il primo bacio e in qualche modo anche Zohan erano ottimamente confezionati e possedevano dei sottotesti abbastanza corrosivi, gli utlimi film – compreso Jack and Jill – sono piatti, superficiali e si rifugiano in trovate troppo semplici.

Insomma, sia Pacino che Sandler mi pare stiano perdendo colpi. Per il secondo mi dispiace perché, mi ripeto, a mio avviso me è simpatico e ha qualità che tiene troppo nascoste. Per il primo, uno dei grandi attori americani contemporanei, è molto più che un semplice dispiacere…