La mia Top 10 del 2011

E’ stata dura sceglierne solo 10, ci sono state esclusioni eccellenti come Clint Eastwood, Martin Scorsese, Woody Allen, George Clooney, Lars von Trier e Cameron Crowe: tutti hanno fatto secondo dei film molto validi, con spunti interessanti e momenti di cinema altissimi, ma allo stesso tempo bisogna dire che non sono tra i loro migliori in assoluto. Quindi spazio a quelle opere che si sono rivelate più compatte, incisive e soprattutto emozionanti.

# 1   MARTHA MARCY MAY MARLENE di Sean Durkin

# 2   DRIVE di Nicolas Winding Refn

#3   SUPER 8 di J.J.Abrams

#4   IL PRIMO UOMO di Gianni Amelio

#5   WARRIOR di Gavin O’Connor

#6   BEGINNERS di Mike Mills

#7   THE HELP di Tate Taylor

# 8   MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO di Stephen Daldry

# 9   THE DESCENDANTS di Alexander Payne

#10  WE NEED TO TALK ABOUT KEVIN di Lynn Ramsay

BEST SETTING #6 – The New York Public Library

“PIGLIALA!!!” E’ il piano geniale con cui il dottor Raymond Stanz/Dan Aykroyd vuole catturare la vecchietta fantasma che si nasconde tra gli scaffali della New York Public Library. Il film è ovviamente quel capolavoro che risponde al titolo di Ghostbusters (id., 1984) di Ivan Reitman, e la prima sequenza ha consegnato alla storia del cinema questa straordinaria biblioteca, che personalmente adopero per scrivere la maggior parte dei miei pezzi da New York, compresi molti dei post di questo blog.

Aperta nel 1911, la Library può essere ammirata in vecchi film come L’ora di New York (The Clock, 1945) di Vincente Minnelli con Judy Garland, oppure Un giorno a New York (On the Town, 1949) di Stanley Donen con Gene Kelly e Frank Sinatra.

Colleghe meglio informate di me hanno affermato che dentro la New York Public Library è anche ambientata la scena iniziale di Sex and the City – Il film (Sex and the City, 2008), quella del mancato matrimonio tra Carrie Bradshaw/Sarah Jessica Parker e Mr. Big/Chris Noth. Io il film confesso di non averlo visto, quindi aspetto da voi lettori conferme o eventuali smentite su questa notizia. Di fronte all’edificio si svolge anche il litigio che separa Peter Parker/Tobey Maguire dall’amato zio Ben/Cliff Robertson nel primo Spider-Man (id., 2002) di Sam Raimi.

Ma la scena che in tempi recenti mi piace riproporvi a proposito della New York Public Library è quella di The Day After Tomorrow (id., 2004) di Roland Emmerich, quando l’edificio da luogo di apprendimento e cultura si trasforma in vero e proprio baluardo di salvataggio…

Con BEST SETTING ci vediamo la settimana prossima!

OSCAR BUZZ # 5 – Miglior regista

Questa di solito è la categoria più interessante dell’intera serata degli Oscar, spesso quella che riserva le sorprese più grandi (vedi lo scorso anno Tom Hooper che ha sconfitto David Fincher).

Però quest’anno per un motivo o per l’altro non sono particolarmente interessato a chi vincerà il premio per la regia. Ho assistito a messe in scena ariose e solide per carità, ma nessuna veramente elettrizzante. O meglio, quelle che mi hanno maggiormente colpito sicuramente non verranno segnalate nella cinquina. L’esordiente Sean Durkin di Martha Marcy May Marlene, la conferma di Nicolas Winding Refn in Drive, la poesia di J.J. Abrams e del suo Super 8, l’eleganta di Stephen Daldry in Extremely Loud & Incredibly Close. Questi sono i tre cineasti che più mi hanno entusiasmato quest’anno, ma per nessuno dei quattro vedo molte possibilità di nomination, forse soltanto Refn qualche minima chance la possiede.

I nomi che dovrebbero arrivare in fondo sono ampiamente conosciuti: Martin Scorsese per Hugo, George Clooney per Le idi di marzo, Woody Allen per Midnight in Paris (ma questa secondo me non è proprio scontata), Alexander Payne per The Desendants (tiferò per lui senza dubbio), forse Michael Hazanavicius per The Artist. Potrebbero inserirsi nella cinquina Clint Eastwood per J. Edgar, Bennett Miller per Moneyball o molto più difficilmente lo Steven Spielberg di War Horse e ancora Fincher per The Girl With the dragon Tattoo.

Staremo a vedere. Intanto la mia cinquina dovrebbe essere questa:

J.J. Abrams per Super 8

Stephen Daldry per Extremely Loud & Incredibly Close

Sean Durkin per Martha Marcy May Marlene

Alexander Payne per The Descendants

Nicolas Winding Refn per Drive

 

 

Serie TV: le migliori “new entry” del 2011

Qui a New York non c’è solo gran cinema, ma anche una discreta quantità di serie TV che in questi mesi mi hanno appassionato. Non vi parlerò di quelle già cominciate in precedenza ma soltanto di quelle che sono iniziate nel 2011, ce ne sono di assolutamente interessanti. Ecco dunque la mia Top5:

 

#1 – GAME OF THRONES

Colpi di scena, personaggi dolorosi, ribaltamenti continui nell’equilibrio narrativo. Una grande sorpresa, io che non sono un fan delle serie fantasy mi sono emozionato moltissimo, aspetto con ansia la seconda stagione. WINTER IS COMING!!!

 

# 2 BOSS

La nuova serie “politica” che vede protagonista il mitico Kelsey Grammer, elegantissima nella confezione e interpretata con grande energia. Intrighi, passioni e molta violenza psicologica.

 

# 3 HOMELAND

Serie che mescola thriller e melodramma con buon equilibrio, e insieme riflette sulla paura americana. Claire Danes è bravina, Damian Lewis ottimo. Alcune situazioni sono davvero emozionanti.

 

 

# 4 HELL ON WHEELS

Il mito del west ormai è morto, sono rimasti solo sangue, fango e l’acciaio delle rotaie. Buon prodotto, sporco al punto giusto. Non siamo ai livelli di Deadwood ma ci si diverte lo stesso.

 

 

# 5 2 BROKE GIRLS

La più classica delle sit-com, con due ambienti soli e le risate fuoricampo. Però Kat Dennings sboccata e diretta è irresistibile. E’ partita benissimo, si sta un po’ infiacchendo, ma vale comunque la pena seguire le due squinternate cameriere.

 

Tra le serie TV che invece continuano voglio segnalare l’ottima stagione di Boardwalk Empire, secondo me molto migliore della prima. The Walking Dead procede come al solito lentissimo, ma la settima puntata della seconda stagione, quella prima della pausa natalizia, è davvero bellissima.

Il mondo in una stanza

Datemi un interno. Che sia un appartamento elegante, la sanza di un motel o una baita di montagna poco mi importa. Poi datemi Roman Polanski e William Friedkin e io sono contento.

Come avrete già capito, sto parlando di Carnage e Killer Joe, i loro due ultimi film. Lo so, una volta tanto sono in ritardo con l’Italia o almeno con il festival di Venezia, dove sono passati entrambi. Ma qui a New York Carnage è uscito lo scorso venerdì, Killer Joe neppure si sa quando arriverà in sala, l’avevo visto a Toronto lo scorso settembre.

Comunque sia, torniamo a questi due maestri. Ci sono registi che possono avere a disposizione 300 milioni di dollari per un film, set pazzeschi, star internazionali, e non sapranno mai raccontarvi nulla di umano. A Polanski e Friedkin molto spesso è bastata una casa, talvolta addirittura una sola stanza, e ci hanno raccontato il mondo intero.

Lo sfacelo della società occidentale, l’eterna lotta tra Bene e Male, il crollo della razionalità umana, la degenerazione dei sentimenti più elmentari e fondanti. Tutto questo i due cineasti ce lo hanno mostrato adoperando un solo interno, che si è a sua volta trasformato nelle loro opere più riuscite in un microcosmo capace di diventare assoluto, compatto, impenetrabile ma anche impossibile da abbandonare. La casa della Farrow e di Cassavetes in Rosemary’s Baby, quella della Deneuve in Repulsion, quella della Weaver in La morte e la fanciulla, l’appartamento in cui si nasconde Adrien Brody ne Il pianista. E poi ancora Cul De Sac e L’inquilno del terzo piano. Per quanto riguarda Friedkin su tutti la stanza dell’esorcismo di Regan McNeil, ma anche il motel di Bug, gli interni di Festa di compleanno per il caro amico Harold o quelli di Cruising. Non credo ci sia bisogno di altri esempi, no?

E a dire il vero mi piace anche che con Carnage e Killer Joe si siano concessi due variazioni più leggere sullo stesso tema, o meglio sulla loro capacità di costruire ambienti chiusi e rappresentativi. Sia ben chiaro, entrambi per me sono film divertenti, diciamo da un bel 7, quando Polanski e Friedkin sanno essere due autori da 9 se non anche 10 nei loro capolavori. Però guai a dire che Carnage e Killer Joe sono due film “teatrali”, è un errore madornale. Può essere teatrale l’impianto narrativo e la scelta dell’unità di luogo, ma per come viene organizzata la visione, per come la messa in scena lavora proprio sulla mancanza di spazio e di aria, tutti e due sono due film estremamente cinematografici, soprattutto quello di Polanski. Chiudo con un’ultima considerazione su quest’ultimo film che è più fresco avendolo appena visto: come in Killer Joe attori tutti molto bravi. Ma se nel film di Friedkin a mio avviso svettava su tutti Thomas Haden Church, in Carnage la Winslet e Waltz surclassano la Foster e John C. Reilly.

Queste sono le recensioni di Carnage e Killer Joe da Venezia 2011

 

 

BEST SETTING #5 – Times Square

E’ il luogo probabilmente più conosciuto di New York, sicuramente il più scintillante e funambolico. Times Square è il centro dell’universo pubblicitario americano, un simbolo imprescindibile della cultura dell’immagine. Il cinema hollywoodiano ha quasi sempre adoperato questo luogo per rappresentare al meglio il suo fasto e la sua potenza mediatica. Ci sono però due film che ci hanno mostrato con notevole senso di cinema l’altra faccia di Times Square, presentandocela come un simulacro decrepito e inquietante, una cattedrale deserta e abbandonata da un culto aleatorio, quello appunto dell’immagine:

Questo è l’incubo di Tom Cruise che apre Vanilla Sky (2001) di Cameron Crowe, regista che sotto le spoglie del cinema edificante e della commedia sa guardare verso l’America in maniera tutt’altro che conciliatoria. A me questa scena piace da morire, la trovo metaforica: le immagini patinate, i colori scintillanti sono intatti e sempre potenti, ma non c’è più nessuno a guardarli, e quindi non hanno più significato. E ovviamente non è un caso se il superficiale e vanesio protagonista del film David Aames si ritrova solo, sopraffatto e terrorizzato, proprio al centro di Times Square, luogo dove la visibilità è all’ennesima potenza…


Quello che in Vanilla Sky è un incubo premonitore diventa realtà all’inizio di Io sono leggenda (2007) affascinante ma incompiuto adattamento del capolavoro letterario di Richard Matheson. La parte più riuscita del film è senz’altro quella iniziale, in cui Robert Neville/Will Smith si aggira in una New York svuotata e ormai defunta. E Times Square per l’ultimo uomo sulla terra non è più altro che terreno di caccia, ha perso qualsiasi valenza che l’immaginario collettivo occidentale le ha attribuito nel corso degli anni.

Questi, più che gli innumerevoli film festaioli ambientati a Times Square, sono i due lungometraggi che mi hanno restituito la potenza simbolica di questo luogo, potenza che come avrete capito subisco nella sua dimensione più ambivalente e contraddittoria. Proviamo a rendere questo posto più interattivo: segnalatemi voi le scene ambientate a Times Square che vi sono piaciute di più. Aspetto segnaalzioni.

Oscar Buzz #4 – Miglior attrice non protagonista

Sono appena state annunciate le candidature ai Golden Globes, quindi fare previsioni oggi per questa categoria è fin troppo facile. Devo dire poi che le cinque perfromance scelte dai membri della Foreign Press Association sono tutte decisamente valevoli. Premiatissimo The Help con addirittura due segnalazioni, quella per Jessica Chastain e l’altra per Octavia Spencer, entranbe spassose e umanissime. Se però devo essere sincero, io avrei segnalato anche un mio idolo personale, Allison Janney, una grande caratterista che si fa sempre trovare pronta e perfetta in ogni ruolo le viene proposto, anche il più piccolo. Ottima cosa segnalare la Shailene Woodley di The Descendants, è bravissima, così come Bérénice Bejo per The Artist, che secondo me è più efficace del maggiormente pubblicizzato protagonista Jean Dujardin.

 

Dai Golden Globes però sono rimaste fuori alcune interpretazioni davvero notevoli, che meritano di essere segnalate: prima tra tutte Naomi Watts per J. Edgar, perfetto contraltare a Leonardo DiCaprio. Molto brave anche Tea Leoni in Tower Heist e Amy Ryan in Mosse vincenti, anche se non verranno mai prese in considerazione. E poi c’è Emma Stone, briosa in Crazy, Stupid, Love, ma anche lei non ha quasi alcuna speranza.

Ecco la mia personale cinquina:

Jessica Chastain per The Help

Allison Janney per The Help

Octavia Spencer per The Help

Naomi Watts per J. Edgar

Shailene Woodley per The Descendants

 

 

Marvellous Meryl Streep…

Lo ammetto senza alcun imbarazzo: trovarsi di fronte Meryl Streep non è come avere a che fare con un altro attore, qualsiasi sia la sua caratura di star o la sua bravura. Io mi sono emozionato, e non poco. Come quando qualche giorno fa ho incontrato Max von Sydow, forse addirittura di più.  Meryl è un tassello fondamentale della storia del cinema contemporaneo, forse quello più importante quando si tratta di recitazione. Per almeno quindici anni è stata la mia attrice preferita, anzi l’unica, non riuscivo a vederne altre dopo lei. La sua bellezza inusuale, delicata, la sua capacità di trasferire sentimenti e dolore dentro un solo sguardo erano per me inarrivabili. Confesso che da qualche tempo a questa parte le preferisco la dolcezza malinconica di Shirley McLaine, la furiosa passione di Gena Rowlands oppure la classe altera di Glenda Jackson. Io sono cambiato, come persona e come critico, e adesso amo un tipo di cinema che è molto differente rispetto a quello che idolatravo quando ero uno studente universitario. Trovo che negli ultimi anni Meryl Streep abbia adoperato con competenza le sue grandi capacità mimiche e la sua tecnica straordinaria, ma che rispetto alle prove di inizio carriera sia decisamente più “meccanica”, lasciatemi passare questo termine sicuramente improprio. Delle sue ultime prove le uniche che mi hanno veramente convinto sono quelle regalateci in Adaptation e Il dubbio.

A prescindere dai miei gusti personali, Meryl Streep è comunque la più grande attrice dei nostri tempi, su questo non c’è alcun dubbio. Qualche settimana fa ho rivisto Kramer contro Kramer, e allora ecco che di nuovo mi sono innamorato della sua fragile e umanissima Joanna. E di consequenza subito mi sono tornate in mente la Linda de Il cacciatore, la Sophie de La scelta d Sophie, la Karen de La mia Africa e quella di Silkwood, oppure Francesca Johnson in I ponti di Madison County. Meryl Streep è stata soprannominata “La signora delle lacrime”, e a buon diritto, io lo trovo un enorme complimento invece che un ipotetico sberleffo: le prove che ho appena citato e decine di altre sono pietre miliari di una carriera fondata sul dramma, che la Streep ha esplorato con una compostezza e una versatilità che nessun’altra interprete ha avuto, o secondo me avrà in un futuro prossimo. E’ lei il simbolo più longevo e splendente di cosa significa essere un’attrice. Quindi capirete che vederla dal vivo non è un’emozione come le altre…

Qui trovate la galleria di foto che sono riuscito a scattarle durante la presentazione al pubblico newyorkese del suo nuovo The Iron Lady, dove interpreta addirittura Margaret Thatcher. Il film non l’ho ancora visto, ma da oggi lo aspetto con un po’ più di trepidazione…

The Descendants, la videorecensione

Ecco cosa ne penso del nuovo film di Alexander Payne The Descendants, dal prossimo 24 febbraio nelle sale italiane. Uno dei film che quasi sicuramente ai prossimi Oscar avrà un ruolo da protagonista.

 

Se vi interessa anche il parere del mio collega di Film.it Pierpaolo Festa, ecco la sua recensione dall’ultimo Festival di Torino.

BEST SETTING #4 – Gramercy Park

Se vi trovate a Union Square, passeggiate verso nord all’altezza dell’East 20th Street e la 3rd Avenue vi imbatterete nel delizioso Gramercy Park. Purtroppo potrete osservarlo soltanto da dietro le sbarre che lo circondano, in quanto è privato ed agibile soltanto dai pochi eletti che abitano nei palazzi che lo circondano. Se però siete cinefili accaniti correte a vederlo, perché è uno dei luoghi di New York più importanti per quanto riguarda i film che vi sono stati girati.

Partiamo dal 16 del Gramercy Park, sede del celeberrimo club teatrale Players, fondato nel 1886. Tra gli attori che nel tempo sono stati o sono tuttora soci di questo club prestigioso figurano John Barrymmore, Keith Carradine, Joseph Cotten, Hume Cronyn, José Ferrer, Richard Gere, Rex Harrison, Hal Holbrook, Raul Julia, Jack Lemmon, Burgess Meredith, Frank Sinatra e Sir Laurence Olivier.

 

 

 

Questo è invece il 34 di Gramercy Park, dove ha abitato per anni Margaret Hamilton, che molti ricorderanno per essere stata la Strega Cattiva dell’Ovest nel mitico Il mago di Oz (1939) di Victor Fleming. Nell’edificio hanno vissuto anche Keith Carradine, Mildred Dunnock e il grande James Cagney.

 

 

 

 

Proprio accanto, al 36, ci ha vissuto John Barrymore tra il 1910 e il 1916.

 

 

 

 

 

 

 

Questa invece è l’entrata del Gramercy Park Hotel, che prima si trovava al 52nd della piazza ma adesso è sulla 3nd Avenue. Poco importa, sono davvero due passi. I più scaltri di voi lo riconosceranno nel bellissimo Quasi famosi (2000) di Cameron Crowe – ci alloggia la band protagonista del film, gli Stillwater – oppure ne L’ombra del diavolo (1997) di Alan J. Pakula, con Brad Pitt e Harrison Ford.

 

 

 

Chiudo la carrellata su Gramercy Park col piatto forte, il National Arts Club, fondato nel 1845 e interamente ristrutturato nel 1880 circa. Tra i suoi membri troviamo Robert Redford, Ethan Hawke, Uma Thurman, il grande e compianto Dennis Hopper. Come set l’esterno è stato adoperato da Woody Allen per una scena di Misterioso omicidio a Manhattan, e anche da John McTiernan per il suo scialbo remake de Il caso Thomas Crown, che in Italia era uscito col titolo Gioco a due (1999)

 

 

Devo adesso ringraziare Mr. Sean O. McElroy, che qualche giorno fa mi ha concesso di entrare per pochi secondi nel National Arts Club e scattare le foto che vedrete da qui in avanti. Mi sono permesso di insistere con Mr. McElroy perché tra i membri del club c’è anche Martin Scorsese, che nel 1993 l’ha adoperato per girare uno dei film del decennio e uno dei suoi che preferisco, L’età dell’innocenza. Vi ricordate quando, finita l’Opera nella prima sequenza, tutti i nobili di New York si radunano per il ballo? Il protagonista Newland Archer – un grandioso Daniel Day-Lewis - nell’arrivare nel salone principale della casa passa attraverso una selva di elegantissimi salotti, arredati con le più svariate opere d’arte. Scorsese riprende il tutto con un carrello sinuoso e folgorante, di quelli che un tempo erano il suo marchio di fabbrica. Ebbene, quella straordinaria inquadratura è stata girata nei piccoli salottini del National Arts Club. Ecco come sono oggi i luoghi che sono stati setting di quel film immenso. E’ stata ovviamente un’emozione enorme potervi entrare, anche se soltanto per gli istanti necessari a scattare le foto che vi propongo. Spero vi restituiscano l’amore che ho per L’età dell’innocenza.