Mi ero preparato alla solita commedia dolceamara sui rapporti familiari, mi sono ritrovato di fronte a un film molto più duro e sincero di quanto mi aspettassi. L’esordio alla regia di Sam Levinson, premiato al Sundance per la sceneggiatura, è un film tutt’altro che semplice, che va affrontato tentnado di dipanandone i vari livelli di lettura. Quando sembra che la storia stia per svoltare verso i toni leggeri della commedia ad equivoci, ecco che arrivano pugni allo stomaco che ribaltano completamente il punto di vista. Alcuni meccanismi narrativi sono banali, molti momenti sembrano tirati via, ma nel complesso il film fa respirare allo spettatore un’atmosfera drammatica che appare abbastanza centrata.
Tra Robert Altman e Festen, un film indipendente che meriterebbe un’occhiata tutt’altro che superficiale. Non perfetto ma vigoroso nel definire caratteri e situazioni, e capace di far recitare al meglio anche attrici non propriamente talentuose come ad esempio secondo me sono Ellen Barkin e Demi Moore.
Nel cast, molto lussuoso, figurano anche la mitica Ellen Burstyn, il “grande vecchio” George Kennedy, Thomas Haden Church, Kate Bosworth e quell’Ezra Miller di cui vi avevo parlato qualche tempo fa, e che con questa prova – dopo quella maiuscola di We Need To Talk About Kevin – si conferma un talento tagliente e “maledetto”.
Confesso di non essere mai stato un grande fan del Rocky Horror Picture Show, ma allo stesso tempo devo anche ammettere che un conto è vederlo sul terreno “neutro” di un televisore a casa, un conto è ammirarlo in mezzo a una folla di spettatori giubilante, che partecipa a un rito collettivo fatto di musica, sensualità e sanissimo gusto per il macabro.
Siccome entrambi gli amici che mi sono venuti a trovare qui a New York, Federica Aliano e Mattia Pasquini, sono invece due grandi ammiratori del cult di Jim Sharman creato dal genio di Richard O’Brien (nel film interpreta Riff Raff), ecco che nel giro di poche settimane mi sono ritrovato per ben due volte a a partecipare alla storica proiezione di mezzanotte del venerdì al Clearview Chelsea Theatre.
Che dire? Energia allo stato puro, volontà assoluta di divertirsi in maniera iconoclasta e spensierata, ribellione gioiosa alle regole sociali e psicologiche imposte dallo status-quo: questo rappresenta il Rocky Horror Picture Show, la cui grandezza viene celebrata ogni settimana in una sorta di “rito” collettivo a-moralistico e assolutamente divertente. Io stesso, che non ballo neppure sotto minaccia di morte, mi sono ritrovato a sculettare alle note iniziali del film. E poi la simpatia bizzarra della compagnia del Rocky Horror Picture Show New York City Cast, un gruppo di giovani attori che ripropongono dal vivo in platea, in mezzo agli spettatori in festa, ogni singola battuta del film di Sharman, facendone rivivere dal vivo la carica erotica e la verve assurdamente frizzante. Già appena entrati in sala si capisce che non si assisterà a un film, ma si parteciperà a una festa dove costumi e inibizioni sociali per due ore vengono allargati di un livello per far entrare il gusto per l’eccesso e la vitalità.
Questo è il video dei titoli di testa: l’ha girato Mattia Pasquini, io non ce l’ho fatta perché, lo ammetto, stavo affogando nella bava…;-)
Quando invece è cominciato il numero musicale più famoso e irresistibile del film, il Time Warp, il video l’ho girato io col mio telefono perché Mattia aveva il sacrosanto diritto e l’insopprimibile impellenza di ballare. Audio e pulizia dell’immagine non sono eccelse, ma vi restituiranno la forza del momento:
Spero davvero di essere riuscito a darvi almeno un’idea di cosa sia la proiezione notturna del Rocky Horror Picture Show a New York. La mia mente arcigna di critico” continua a non essere rapita dal film di Sharman (ammiro però la grandezza dell’interpretazione di Tim Curry), ma ogni volta che qualcuno vorrà portarmi a rivivere questo evento parteciperò con assoluta gioia, perché per un periodo di tempo breve ma fruttuoso ci si immerge in un mondo “altro” in cui è impossibile non divertirsi.
A distanza di settimane forse non verrò punito. Lo spero. Me la rischio e pubblico una foto che mi era stata proibita, perché come vi avevo accennato in passato quando vai a fare interviste collettive a registi e/o attori – le cosiddette roundtable – non puoi assolutamente effettuare scatti di alcun tipo. Ma lui è Gus Van Sant, uno dei cineasti più coerenti e importanti del cinema degli ultimi trent’anni, nonché uno dei miei preferiti, ovviamente. Non ho resistito, e a fine intervista con l’iPad ho lasciato partire la camera…
Eravamo a Toronto e parlammo di Restless (L’amore che resta), in uscita in questi giorni in Italia: un’opera magnifica, di cui dall TIFF avevo scritto così:
Il film è un storia d’amore elegiaca tra due ragazzi che possono vivere soltanto nel presente, perché il passato è troppo doloroso per lui quanto il futuro lo è per lei. Confezionato con la solita maestria dal regista, dal direttore della fotografia Harris Savides e dal musicista Danny Elfman, Restless è una sorta di autunnale, fantasiosa commedia romantica, dove il confronto con la vita avviene soltanto attraverso l’accettazione il più possibile serena della sua caducità, della sua finitezza. La prima parte del film è di una bellezza e di una malinconia stordenti, e anche quando la storia per forza di cose deve farsi più convenzionale il sentimento rimane intoccato, potente. Van Sant con sensibilità innata ci parla di morte, di amore, di tempo che scorre inesorabile. Difficilmente questi temi potevano essere affrontati com maggiore equilibrio e delicatezza. Sotto le spoglie della storia, il tributo a un grande cult anni ’70 come Harold e Maude. E poi la prima inquadratura del protagonista Henry Hopper è straziante, perché si rivedono immediatamente gli occhi giovani e dolenti di suo padre Dennis…
Accanto a Gus Van Sant noterete più sfocata Bryce Dallas Howard, produttrice del film, attrice di talento e intelligenza che si è rivelata fondamentale perché questo progetto prendesse forma. Il mio personale grazie, oltre al genio di Van Sant, va anche a lei.
Onestamente non pensavo che un’altra commedia sugli zombie avrebbe potuto divertirmi o anche solo propormi qualcosa di originale, quindi sono entrato in sala a vedere questo Juan of the Dead con poche aspettative. E invece mi sono ritrovato di fronte a un film fresco, molto spiritoso, pieno di inventiva. Perché l’idea di base è decisamente vincente: e se ad essere invasa dai non-morti fosse Cuba, patria della rivoluzione e fiero baluardo contro il capitalismo americano? E se l’eroe destinato a confrontarsi con l’orda di cannibali fosse un vecchio e disilluso anticastrista, che è sopravvissuto alle purghe del regime e a svariate mogli e amanti? Hai voglia a spaccare crani…
Fatto con pochi spiccoli ma con una quantità industriale di idee, Juan of the Dead di Alejandro Brugués è un film soavemente graffiante, politico e sfrontato. Qui a Toronto è stato davvero una delle opere più fresche e scanzonate viste al TIFF.
E in Italia? Se arriverà in sala sarà un miracolo, speriamo che qualcuno dei nostri sales agent qui lo abbia visionato e non se lo sia lasciato sfuggire.
Il miglior film visto al momento al Toronto International Film Festival.
L’America rurale e più nascosta raccontata ancora una volta attraverso il suo lato oscuro, primitivo e spaventoso. Un film in qualche modo “gemello” del bellissimo Un gelido inverno di Debra Granik, apprezzato lo scorso anno. La decadenza di valori morali tradizionali, libera dal giogo delle convenzioni sociali, genera nuove strutture psicologiche, civili, anche politiche. Un microcosmo apparentemente libero e felice si rivela invece una dittatura primitiva e violenta, maschilista e coercitiva. Quando Martha prova ad uscirne capirà che non è così semplice, perché quando si è vissuto dentro l’orrore per tanto tempo poi lo si porta inevitabilmente dentro di sé. Elizabeth Olsen, la giovane protagonista, è praticamente perfetta nell’evidenziare l’innocenza e insieme l’ambiguità della figura principale, sospesa in un limbo in cui ogni valore sembra perduto e impossibile da ritrovare. Straordinario contraltare le fa John Hawkes, che dopo la grande performance proprio di Un gelido inverno continua la sua eplorazione di ruoli ambigui ma affascinanti. Importanti comprimari Sarah Paulson e Hugh Dancy.
Al suo esordio al lungometraggio il regista e sceneggiatore Sean Durkin dimostra una padronanaza del mezzo/cinema notevolissima: l’eleganza e insieme la coerenza estetica del film sono impressionanti, la scelta di una luce naturale e soffusa dota le scene di una veridicità che si sposa alla perfezione con l’angoscia di una colonna sonora prevalentemente fatta di suoni. Sceneggiatura e montaggio si intersecano per raccontare una storia scandita dall’immersione nella psicologia della giovane Martha, scoperta a poco a poco nella sua devianza dai vari flashback.
Martha Marcy May Marlene è un film agghiacciante e insieme poderoso, che merita al più presto di arrivare nelle sale italiane.