TIFF – La Top10 del Toronto International Film Festival

Si è dunque concluso il TIFF 2011, rassegna piena di ottimo cinema, di pubblico e di star internazionali. Un’esperienza di qualità. Ecco i dieci film che mi sono piaciuti di più:

# 1     MARTHA MARCY MAY MARLENE di Sean Durkin

# 2     LE PREMIER HOMME di Gianni Amelio

# 3     RESTLESS di Gus Van Sant

# 4     THE ORANGES di Julian Farino

# 5     THE DESCENDANTS di Alexander Payne

# 6     WE NEED TO TALK ABOUT KEVIN di Lynn Ramsay

# 7     MONEYBALL di Bennett Miller

# 8     JUAN DE LOS MUERTOS di Alejandro Brugués

# 9     TAKE SHELTER di Jeff Nichols

# 10    THE IDES OF MARCH di George Clooney

Il risveglio della bella Rebecca.

Questa volta la furbata riuscita con Hugh Laurie e Jessica Chastain non ho potuto neppure tentarla, sono arrivato sul red carpet appena in tempo per buttarmi in mezzo alla folla acclamante e scattare qualche foto tra spintoni e urla starnazzanti (una ragazza francese di fronte a me sembrava posseduta da Pazuzu, credetemi!).

Per vedere dal vivo Rebecca Hall però valeva la pena perdere l’uso dell’udito per qualche minuto. E’ venuta qui al TIFF per presentare The Awakening, ghost-story all-british diretta dall’esordiente Nick Murphy. Un film vecchio stile che il suo effetto lo fa eccome. Mangifiche ambientazioni anni ’20.

Alta, sinuosa, Rebecca Hall è una donna oggettivamente bellissima. Lo confesso, il suo volto mi ipnotizza, resterei a guardarlo per ore. In The Awakening è un tripudio di primissimi piani, una gioia per gli occhi. Come attrice però ho più difficoltà a inquadrarla. Quando l’avevo notata in The Prestige di Christopher Nolan avevo subito pensato: “Questa ragazza diventerà una molto brava.” Però la crescita professionale che mi ero aspettato a dire il vero secondo me non c’è stata, o almeno non con la velocità dovuta. Certo, ha recitato in Frost/Nixon di Ron Howard, e questo è un gran biglietto da visita per me. Però in Vicky Cristina Barcelona e in The Town non mi ha convinto. C’è da dire che in The Awakening regge benone il ruolo di protagonista, anche se si tratta di un film comunque non troppo impegnativo. Vedremo in futuro comunque, intanto mi accontento di una bellezza ineguagliata nel panorama cinematografico occidentale. Ecco il trailer di The Awakeinig, in uscita a dicembre in Italia.

Jeff, Who Lives at Home

Due fratelli che tra loro non potrebbero essere più differenti: Jeff (Jason Segel) è un trentenne depresso che passa le giornate a casa, in attesa di un segno che lo smuova dal divano a cui è ancorato; Pat (Ed Helms) è un uomo in carriera, il cui matrimonio sembra andare verso un punto morto e che cerca di consolarsi con una Porsche. Una mattina qualunque, una telefonata al numero sbagliato che chiede di un certo Kevin, Jeff che la prende come il segno che stava aspettando. Parte da qui il secondo film da registi di Jay e Mark Duplass (quest’ultimo lo abbiamo anche visto qui a Toronto come protagonista di Your Sister’s Sister, se la cava benino!), che dopo il convincente Cyrus si confrontano ancora con personaggi assolutamente comuni, le cui vicissitudini personali sono totalmente equiparabili a quelle di ognuno di noi. Commedia gentile e “filosofica” questo Jeff, Who Lives at Home, che ha nella simpatia degli attori il suo punto di forza. Jason Segel e Ed Helms sono davvero gli attori della porta accanto, nel senso migliore del termine. Accanto a loro Susan Sarandon, una caratterista comica come Judy Greer su cui prima o poi spenderemo due parole, e la ritrovata Rae Dawn Chong (vi ricordate a metà anni ’80 Soul Man, Il vincitore o Il colore vila? Quanto mi piaceva lei da ragazzino!). In America dovrebbe uscire il prossimo marzo, in Italia ancora non si sa. Qui al TIFF è stato parecchio applaudito, come merita.

Non c’è ancora il trailer del film online, quindi vi allego un breve servizio da Toronto in cui i fratelli Duplass raccontano il loro film:

 

 

Lovely Jessica!

E’ senza dubbio la scoperta dell’anno. L’abbiamo ammirata in Tree of Life di Terrence Malick, la possiamo vedere adesso in sala con The Debt, a febbraio la ammirerete amorevole “svampita” alla Marilyn Monroe in The Help. Jessica Chastain è la star emergente del 2011, e non mi stuprirei se alle prossime candidature agli Oscar fosse tra i segnalati, magari proprio come attrice non protafonista per quest’ultimo film.

Intanto qui a Toronto è venuta per presentare Take Shelter di Jeff Nichols, film in cui interpreta la moglie di Michael Shannon, un uomo che pian piano scivola dentro uno stato di schizofrenia paranoica, convinto di dover difendere a tutti i costi la sua famiglia da un’imminente tempesta di proporzioni devastanti.

Film interessante, ben scandito, che ci fa entrare nel mondo distorto del protagonista attraverso un’atmosfera sempre più inquietante e una serie di incubi ben definiti. Michael Shannon continua a riproporsi in parti forse un po’ troppo uguali (come persona mentalmente fragile lo abbiamo visto davvero in tutte le salse) ma stavolta lavora in sottrazione e regala al personaggio di Curtis uno spessore drammatico convincente. E Jessica Chastain lo asseconda con una prova sottile ma capace di emergere nei momenti più importanti.

Insomma, questa trentenne californiana è decisamente lanciata: a Venezia ha presentato altri due film, Wilde Salome di Al Pacino e Texas Killing Fields di Ami Mann, figlia di Michael. Poi la vedremo nel prossimo lavoro di John Hillcoat, ancora diretta da Terrence Malick e forse anche accanto a Tom Cruise in Oblivion, attualmente in preproduzione.

La presenza scenica indubbiamente c’è, il talento di interprete anche. Sia ben chiaro, non mi sbilancerei affermando che abbiamo trovato un’altra grande attrice o una star di primissima grandezza, ma siamo sicuramente sulla strada buona. Intanto sono stato ben felice di poterla fotografare qui al TIFF, dove ci ha mostrato il suo fascino e il suo sorriso sereno.

Juan de los Muertos: quando i dissidenti sono non-morti…

Onestamente non pensavo che un’altra commedia sugli zombie avrebbe potuto divertirmi o anche solo propormi qualcosa di originale, quindi sono entrato in sala a vedere questo Juan of the Dead con poche aspettative. E invece mi sono ritrovato di fronte a un film fresco, molto spiritoso, pieno di inventiva. Perché l’idea di base è decisamente vincente: e se ad essere invasa dai non-morti fosse Cuba, patria della rivoluzione e fiero baluardo contro il capitalismo americano? E se l’eroe destinato a confrontarsi con l’orda di cannibali fosse un vecchio e disilluso anticastrista, che è sopravvissuto alle purghe del regime e a svariate mogli e amanti? Hai voglia a spaccare crani…

Fatto con pochi spiccoli ma con una quantità industriale di idee, Juan of the Dead di Alejandro Brugués è un film soavemente graffiante, politico e sfrontato. Qui a Toronto è stato davvero una delle opere più fresche e scanzonate viste al TIFF.

E in Italia? Se arriverà in sala sarà un miracolo, speriamo che qualcuno dei nostri sales agent qui lo abbia visionato e non se lo sia lasciato sfuggire.


 

Rosemarie Dewitt

 

Ho appena visto qui a Toronto Your Sister’s Sister di Lynn Shelton e ho pensato che fosse giusto dedicare una rubrica agli attori e attrici che lavorano da anni, che regalano sempre interpretazioni di livello ma che non finiscono mai sotto i riflettori. Partiamo dunque con la protagonista di questo film (insieme a Emily Blunt e Mark Duplass), la trentasettenne newyorkese Rosemarie Dewitt.

Vi ricordate Rachel sta per sposarsi (2008) di Jonathan Demme? La critica e gli Oscar si dedicarono principalmente all’interpretazione valida di Anne Hathaway, io onestamente rimasi invece colpito dall’attrice che interpretò proprio Rachel in maniera così sobria, composta e insieme vibrante. Sono prorpio questele doti principali della Dewitt, la capacità di lasciar trasaprire sentimenti anche forti attraverso una compostezza impressionante.

Bellezza imperfetta, non convenzionale, fascino adulto che sprigiona una saggezza elegante, Rosemarie Dewitt si sta costruendo una bella carriera da caratterista, da preziosa comprimaria in film di qualità: se vi interesa vederla all’opera potete ammirarla anche in poche scene in Cinderella Man (2005) di Ron Howard e in molte più in The Company Men (2010) di John Wells, dove interpreta la solida moglie di Ben Affleck.

Prossimamente la vedremo in Margaret di Kenenth Lonergan, film che attendo molto.

Vi lascio con un breve backstage in cui Rosemarie parla di Rachel sta per sposarsi.

Martha Marcy May Marlene

Il miglior film visto al momento al Toronto International Film Festival.

L’America rurale e più nascosta raccontata ancora una volta attraverso il suo lato oscuro, primitivo e spaventoso. Un film in qualche modo “gemello” del bellissimo Un gelido inverno di Debra Granik, apprezzato lo scorso anno. La decadenza di valori morali tradizionali, libera dal giogo delle convenzioni sociali, genera nuove strutture psicologiche, civili, anche politiche. Un microcosmo apparentemente libero e felice si rivela invece una dittatura primitiva e violenta, maschilista e coercitiva. Quando Martha prova ad uscirne capirà che non è così semplice, perché quando si è vissuto dentro l’orrore per tanto tempo poi lo si porta inevitabilmente dentro di sé. Elizabeth Olsen, la giovane protagonista, è praticamente perfetta nell’evidenziare l’innocenza e insieme l’ambiguità della figura principale, sospesa in un limbo in cui ogni valore sembra perduto e impossibile da ritrovare. Straordinario contraltare le fa John Hawkes, che dopo la grande performance proprio di Un gelido inverno continua la sua eplorazione di ruoli ambigui ma affascinanti. Importanti comprimari Sarah Paulson e Hugh Dancy.

Al suo esordio al lungometraggio il regista e sceneggiatore Sean Durkin dimostra una padronanaza del mezzo/cinema notevolissima: l’eleganza e insieme la coerenza estetica del film sono impressionanti, la scelta di una luce naturale e soffusa dota le scene di una veridicità che si sposa alla perfezione con l’angoscia di una colonna sonora prevalentemente fatta di suoni. Sceneggiatura e montaggio si intersecano per raccontare una storia scandita dall’immersione nella psicologia della giovane Martha, scoperta a poco a poco nella sua devianza dai vari flashback.

Martha Marcy May Marlene è un film agghiacciante e insieme poderoso, che merita al più presto di arrivare nelle sale italiane.

We Need to Talk About Kevin

Quando incontriamo Eva, capiamo subito che si tratta di una donna distrutta dal dolore. Ripercorrendo pian piano il suo passato, scopriamo che la sua vita è radicalmente cambiata in un giorno qualunque, quando nella scuola frequentata da suo figlio Kevin è avvenuta una tragedia di terribili proporzioni. Da quel momento la donna deve convivere con la propria tragedia, che scopriremo a poco a poco avere radici profonde nel suo passato e in quello del ragazzo. Come affrontare dunque il presente quando tutto quello che avevi costruito, affetti, professione, sicurezze, ogni cosa ti è crollata addosso? L’unico modo potrebbe essere quello di aggrapparti a ciò che ti rimane, anche se si tratta della causa di tutto il tuo dolore…

Visto il soggetto di partenza, adattamento del romanzo di Lionel Shriver, We Need to Talk About Kevin sarebbe potuto diventare un dramma a tinte fortissime, uno spaccato psicologico di impatto devastante. Questo aspetto è presente e viene esplicitato nel film, ma in maniera piuttosto sorprendete e soprattutto efficace Lynn Ramsay inserisce nella sua creatura anche altro. Scomponendo la storia tra il presente devastato della protagonista e il passato in cui ripercorriamo l’evoluzione/involuzione del rapporto con suo figlio, l’autrice inserisce momenti di comicità nerissima, cadenzati da scene e situazioni che strizzano l’occhio addirittura allo slapsick più classico. Tali cambi di registro, repentini e sferzanti, sarebbero probabilmente potuti risultare sgradevoli se a dosarli con cura non fosse intervenuta una Tilda Swinton al massimo delle proprie capacità di attrice. Da sempre efficace quando si tratta di sviscerare il dolore e il degrado interiore di un personaggio, l’attrice stavolta risulta incredibilmente divertente quando deve fronteggiare attonita un bambino che le pone di fronte degli ostacoli caparbi e in apparenza insormontabili. L’ostinazione con cui il bambino negli anni si oppone radicalmente all’amore che la donna ha da offrirgli sembra in molti momenti essere mutuata dal carattere dei “tipi fissi” delle comiche del muto, e la Swinton reagisce con la compostezza incredula degna del grande Buster Keaton. La grandiosa qualità di far sorridere soltanto con uno sguardo è un merito che però non va attributo soltanto alla protagonista, ma anche al modo in cui la Ramsay l’ha diretta. Purtroppo la regista in alcuni momenti “sporca” con delle sottolineature filmiche troppo accentuate una messa in scena che sarebbe stata perfetta se maggiormente trattenuta: questo però rimane un difetto di secondo piano, che non inficia più di tanto la potenza emotiva spiazzante di un film che sa terrorizzare lo spettatore forse proprio perché lo fa ridere dell’orrore che gli propone.
Anche se imperfetto nel suo voler accentuare eccessivamente a livello visivo alcuni passaggi della sceneggiatura, We Need to Talk About Kevin è un lungometraggio che propone degli interrogativi morali molto forti e lo fa percorrendo la via più difficile, quella di farci (anche) divertire assistendo a una storia talmente dolorosa. Un film dunque intelligente, sanamente provocatorio, che merita di essere gustato con estrema attenzione e spirito aperto al dibattito, come il suo raggelante finale.

Metti una sera a Toronto col Dr. House e C.J.Cregg…

Io non sono notoriamente un Cuor di Leone quando si tratta di infilarsi ad anteprime, serate di gala o peggio ancora feste, ma di fronte alla possibilità di vedere dal vivo Hugh Laurie e Allison Janney, per me due miti, ieri mi sono travestito da faccia tosta e ho sfidato la mia proverbiale timidezza.

All’anteprima di gala di The Oranges, film che li vede protagonisti, sono arrivato con un’ora e mezzo di anticipo (più o meno il solito per quanto mi riguarda…) e dopo aver mostrato il mio pass stampa alle maschere sono riuscito a farmi ricevere da una ragazza dello staff, tale Jess (tu sia benedetta!). Dopo averle dichiarato il mio amore per i due attori e averle sfoderato gli occhioni alla Gatto con gli stivali, la ragazza (evidentemente basita) mi ha guardato e ha sussurrato: “Ce l’hai una macchina fotografica?” Quando ho tirato fuori la mia Nikon sempre pronta, ha sentenziato: “Infilati nel box dei fotografi, mettiti dietro, non farti vedere da nessuno finché non passano e poi fai quello che puoi.” Così sono rimasto rannicchiato per più di un’ora dietro veri professionisti che mi guardavano anche loro come chi sta osservando un alieno. Quando il cast del film è passato ho cominciato a scattare come se avessi il demonio dentro. Queste sono le migliori immagini che sono riuscito a tirare via.

Hugh Laurie non c’è bisogno che vi dica chi è, il dottor Gregory House è pienamente e giustamente sedimentato nell’immaginario collettivo. Meglio, così posso spendere più di due parole per Allison Janney, per me una delle migliori dieci attrici attualmente in circolazione, e guardate che non sto scherzando. Al cinema si concede parti da raffinata caratterista, oppure ruoli da protagonista in cult come è Perdona e dimenica di Todd Solondz. Se siete stati attenti l’avete vista in  film come Big Night, American Beauty, Juno, The Hours, I colori della vittoria, American Life, Tempesta di ghiaccio. La vedrete bravissima il prossimo febbraio in The Help, un film di cui si parlerà molto. Allison Janney però per me sarà sempre la C.J. Cregg di The West Wing, personaggio mitco in una serie TV mitica che le ha fruttato 4 nomination ai Golden Globe e le ha regalato altrettanti Emmy Award.

Questo il mio doveroso e commosso tributo ai due protagonisti di The Oranges, commedia che vedrò nei prossimi giorni e che attendo come immaginerete con discreta trepidazione…

Ah, si, nel cast ci sono anche Leighton Meester e Oliver Platt

 

Brad Pitt conquista Toronto

Eccolo qui, ve lo avevo annunciato.

Si è presentato in forma smagliante per parlare di Moneyball, un film di cui deve andare fiero. Già, perché nell’opera di Bennett Miller Brad Pitt offre una delle migliori interpretazioni della sua carriera, alle prese con un personaggio soltanto in superficie semplice ma in realtà stratificato, irrisolto, in poche parole complesso. La star lo rende sul grande schermo con notevole adesione e un carisma silenzioso, quello di chi non ha bisogno di ostentare perché sa che sta tirando fuori una prova d’attore encomiable.

Accanto a lui un sorprendente e altrettanto bravo Jonah Hill (guardate quanto è dimagrito!), spalla perfetta che solo nei momenti assolutamente necessari tira fuori la sua verve comica. Ma Moneyball rimane comunque costruito sulle spalle larghe e sapienti di Brad Pitt, il quale conduce in porto un film che secondo me sarà presente alla corsa per i premi più importanti della stagione.

Chiudo questo post col video di una dichiarazione di Pitt dalla conferenza stampa: